L' uomo..
L' artista.
Scavare nel profondo: biografia di un'urgenza espressiva.
Sono nato a Roma nel 1980, quando la città aveva ancora quel colore analogico, caldo, che ti entra negli occhi e non se ne va più. Forse è lì, tra i sanpietrini e i cieli barocchi della Capitale, che ho capito che guardare non mi bastava. Dovevo trattenere. Dovevo fare.
Il mio percorso non è stato una scelta, ma una necessità. Dal Liceo Artistico fino alle aule dell’Accademia di Belle Arti di Roma, ho imparato che l’arte non è solo ispirazione eterea: è disciplina, è odore di trementina, è polvere di gesso che ti secca la gola e ti sporca i vestiti. Sono stati anni di ricerca, di mani perennemente macchiate, di tentativi per trovare una voce che fosse solo mia in mezzo al frastuono della storia dell’arte che ci circondava.
Ho portato i miei lavori in giro per l’Italia, partecipando a mostre istituzionali e collettive. Ogni esposizione è stata un mettersi a nudo, un dialogo silenzioso con chi si fermava a guardare. Non c’è sensazione più strana e potente del vedere qualcosa che hai creato nel segreto del tuo studio diventare parte della vita di qualcun altro.
Oggi, sapere che alcune delle mie opere hanno trovato casa nelle collezioni di diversi comuni italiani e sono custodite in archivi d’arte, è il mio modo di ingannare il tempo. È la prova che quel bambino nato a Roma, che voleva trattenere la bellezza, è riuscito a lasciare un’impronta, un segno inciso, una scultura fragile che resiste.
Spesso si pensa che dipingere significhi aggiungere: stendere strati, coprire il bianco, riempire il vuoto. Per me, invece, l’arte è sempre stata una questione di sottrazione. È un togliere il superfluo per arrivare all’osso della verità.
Quando lavoro, che sia con una sgorbia su una lastra o modellando le mie ‘sculture fragili’, non cerco la perfezione estetica, ma l’autenticità dell’errore, la vibrazione della mano che esita e poi affonda. La mia ricerca è un continuo dialogo con la resistenza della materia. Mi interessa quello che c’è sotto la superficie delle cose, le crepe che cerchiamo di nascondere e che invece sono l’unica feritoia da cui passa la luce.
Non creo per riempire pareti, ma per dare forma a un’urgenza che preme da dentro. I miei personaggi, a volte ironici, a volte malinconici, e le mie forme astratte sono tentativi di fermare un’emozione liquida, di renderla solida quel tanto che basta per poterla guardare negli occhi.
Il mio studio è il luogo dove il caos del mondo esterno viene filtrato e riordinato secondo una logica che non è quella della ragione, ma quella dell’istinto. Ogni opera finita è una domanda che lancio nel vuoto, sperando che qualcuno, dall’altra parte, riconosca nella mia voce un’eco della propria.